Concetto già duscusso da Heidegger e sviluppato da Hans Georg Gadamer (1900-2002) che afferma la circolarità dei processi interpretativi. Dato un testo da interpretare, si evidenzia come l'approccio dello studioso non può che risultare caratterizzato da una ineludibile pre-comprensione del testo data dall'ambiente storico e culturale in cui vive, per cui la conoscenza è un continuo interscambio tra nozioni da apprendere e nozioni già apprese, tra apprendimento e atteggiamento interpretativo. La conoscenza è così necessariamente situata entro un determinato orizzonte storico e psicologico, il frutto di una stratificazione circolare di nozioni.
Ciò che è motivo di un evento o di un ente. La causalità comporta un rapporto di produzione necessaria che la lega alle vicende dell'ente, per cui si pone in antitesi al concetto di casualità, in cui si afferma l'impossibilità o l'assenza di ogni motivo che sottende i fenomeni.
(dal latino "casum", da "cadere", cadere)
La totale assenza di rapporti necessari e deterministici che legano gli eventi tra loro. Nel caso, ogni evento accade arbitrariamente, soggetto a nient'altro che all'assoluta libertà.
(dal greco "bios", vita, e "logos", discorso, legge, ragione)
La disciplina scientifica che si occupa dello studio degli organismi viventi, siano essi uomini, animali o vegetali.
(dal greco "bios", vita, e "logos", discorso, legge, ragione)
Ogni dottrina affermante che ogni fatto psichico, sociale, religioso, ecc. è determinato da fattori di natura biologica. In particolare, il biologismo indica la filosofia di Hans Driesch (1867-1941), il quale affermava che ogni corpo organico non è riconducibile alla manifestazione di un corpo inorganico, in altre parole, ogni cosa vivente non può essere o provenire da una macchina.
(dal greco "bios", vita e "ethos", condotta, carattere, costume di vita)
Disciplina sorta negli anni '70 che tratta e riflette sui problemi etico-morali connessi allo sviluppo delle scienze biomediche. La bioetica tratta dei problemi riguardanti l'ingegneria genetica, l'aborto, la fecondazione artificiale, l'eutanasia e l'obbligo di cura, alcuni dei temi più dibattuti e controversi sorti in seguito alle accresciute capacità della medicina e della biologia di intervenire sui processi di generazione, clonazione e mantenimento in vita degli esseri viventi.
(dal greco "autarkeia", da "auto-" e "arkeo", io basto)
Concetto della filosofia cinica che indica la condizione del sapiente che basta a se stesso, liberato dalle necessità surpeflue dell'incivilimento e dalle passioni, ritornato a una condizione di vita animale, simile a quella dei cani.
Nel neoidealismo di Giovanni Gentile (1875-1944), la dottrina fondata sull'attualità del pensiero e di ogni atto cosciente. Posta l'idea di un pensiero trascendentale, ovvero autonomo ed esterno al soggetto pensante, Gentile ne rileva la contraddizione, in quanto ogni atto cosciente, ogni pensato, è sempre attuale, concreto, è esso stesso la realtà unica e possibile.
(dal latino "actum", da "agere", fare)
Nella filosofia aristotelica, la condizione delle cose che si concretizzano in conformità alla loro potenza.
(dal greco "atomos", da "a-", come privativo, e "temno", io taglio, ovvero, senza divisione)
La dottrina filosofica presocratica che afferma l'esistenza di unità minime, eterne e incorruttibili della materia (gli atomi) di cui ogni cosa è composta. Il suoi più importanti esponenti furono Democrito, il suo maestro Leucippo ed Epicuro. Ogni particella incorruttibile è libera di aggregarsi e disgregarsi in forza di un vortice cosmico generato dal diverso peso degli atomi (quelli dell'aria e del fuoco più leggeri, quelli della terra e dell'acqua più pesanti). Ogni cosa, compresa l'anima, è materiale, ovvero composta da atomi. Lo spazio in cui gli atomi si muovono è vuoto, condizione indispensabile per il movimento (se non esistesse il vuoto, gli atomi non potrebbero muoversi e dare le diverse forme alle cose). Con le dovute distinzioni, la teoria verrà riproposta con successo dalla fisica moderna.
(dal greco "axios", dignità)
Ciò che è degno di considerazione e di essere preso a fondamento. Aristotele considerava l'assioma come quel principio evidente che doveva necessariamente essere posto all'inizio della catena delle dimostrazioni. Gli stoici ne davano un altro significato, intendevano l'assioma come ogni affermazione che poteva essere vera o falsa, cioè degna di essere presa in considerazione per il discorso logico.
(dal greco "askesis", esercizio, da "askeo", io esercito)
Anticamente riferito all'allenamento e al ritiro proprio dell'atleta in vista delle gare, il termine assume con Platone il significato di pratica morale, la quale, attraverso l'allontanamento dalle cose materiali e l'avvicinamento a quelle spirituali, conduceva l'uomo verso la liberazione dalle cure e dalle pene proprie della dimensione corporea, avvicinandolo alla virtù. Negli stoici, il termine indicava l'esercizio e l'astitenza necessari ad allontanare le passioni nocive, quali la paura e l'ira. La pratica non poté che avere grande rilevanza nel neoplatonismo come nel cristianesimo, in cui assunse il valore di purificazione dai peccati che conduceva alle beatitudini ultraterrene e portava l'asceta ad essere in stretto contatto con il mistero divino.
(dal greco "archetypon", da "arché", principio, e "tipo")
Nella filosofia platonica, i modelli originari delle cose sensibili (le Idee) presenti come eterni immutabili nell'Iperuranio e presi come riferimento ideale per la creazione degli enti materiali. Per questo motivo il termine designa ciò che si pone a fondamento di qualcosa. Nella psicologia di Jung, la rappresentazione inconscia e primordiale di esperienze comuni a tutti gli uomini.
Nella filosofia di Nietzsche, lo spirito che esprime la parte razionale e armonica dell'antica Grecia, impersonificata dal Dio Apollo. Tra le arti, lo spirito apollineo riguarda la scultura e l'architettura, in cui il concetto di sezione aurea esprime al meglio il significato del termine (in contrapposizione allo spirito dionisiaco).
Nella filosofia di Kant, la conoscenza che precede i dati dell'esperienza (a posteriori), e consiste essenzialmente nelle categorie attraverso le quali la mente conosce e distingue i fenomeni. In generale, il termine si riferisce a quel tipo di comprensione che parte dalle cause per giungere ai fenomeni, o quell'insieme di conoscenze che sono già date indipendentemente dall'apprendimento.
(dal greco "apostasis", allontanamento, da "apo-", distinto, staccato, lontano, e "stasis", stare)
Abbandono critico e dichiarato di una religione o di una dottrina. Il termine ha significato spregiativo, indica il fedele che passa ad altra religione o addirittura all'ateismo, quindi può implicare perdita di fede indotta dall'avvicinamento al pensiero razionale, motivo per cui l'apostata è fatto spesso oggetto di scomuniche (in quanto l'apostasia è vista come un difetto della virtù religiosa, come una sua degenerazione).
Nella filosofia di Kant, il tipo di conoscenza che si pone dopo quella delle categorie (a priori), per cui consiste essenzialmente nella conoscenza derivata dall'esperienza. In precedenza, il termine indicava ogni tipo di comprensione che partiva dagli effetti per giungere alle cause.
(dal greco "aporos", inacessibile, da "aporein", essere incerto)
Empasse logica o passaggio irrisolvibile di un ragionamento. L'aporia subentra quando ci si trova di fronte a due conclusioni apparentemente in contraddizione ma ugualmente valide, per cui di fronte al problema non è possibile dare alcuna soluzione.
(dal greco "apodeiknymi", io mostro)
Proprio di ciò che è evidente e non ha bisogno di dimostrazioni. L'apodittica è quel ramo della logica che si occupa delle dimostrazioni.
(dal greco "apologeomai", parlo in mia difesa)
Ramo della teologia che si occupa di difendere le verità religiose dall'attacco degli avversarsi che le vorrebbero negare o confutare. Allo scopo, l'apologetica si rifà alla Verità dell'Annuncio, alle profezie, alla testimonianza dei miracoli e alla persistenza della Chiesa nei secoli, oltre ad utilizzare ogni possibile strumento razionale messo a disposizione dalla tradizione scolastica.
(dal greco "analyo", io sciolgo)
Disciplina che pratica il metodo dell'analisi, ovvero la scomposizione dei problemi nelle loro parti più semplici, per poi esaminare la veridicità di ciascuna, traendone le opportune conclusioni. Già con Aristotele il termine si identifica con la logica, la dove intende fondare l'analitica sull'esame dei sillogismi che compongono un argomento.
(dal latino "alter", diverso)
Concetto che indica la differenza assoluta che sussiste tra due grandezze. L'alterità non indica dunque né un'analogia né una semplice differenziazione, quanto la totale estraneità.
(dal latino "alius", altro)
Processo psichico per il quale si esce dalla comprensione di sé per immedesimarsi nella realtà esterna, al punto da identificarsi con gli oggetti percepiti, non riconoscendosi più come soggetto. Il termine fu largamente utilizzato dalla riflessione filosofica marxista, la quale mostrava come il lavoro ripetitivo alla catena di montaggio producesse nel lavoratore un effetto alienante, tanto da farlo identificare con le macchine. Ma l'alienazione riguardava anche il processo di produzione che vedeva il lavoratore fabbricare beni che non gli appartenevano: l'alienazione era indotta da questo distacco tra il bene prodotto e la sua proprietà.
(dal greco "a-", come privativo, e "diaphoros", differenza)
Termine utilizzato dai cinici e dagli stoici per indicare tutto ciò che era indifferente per il raggiungimento della virtù e quindi della felicità. E' adiaforia, ad esempio, la ricchezza, perché ritenuta indifferente al fine del raggiungimento della felicità, la quale è per gli stoici raggiungibile solamente prestando ascolto alla razionalità, mentre per i cinici è raggiungibile sgravando l'esistenza di ogni componente esteriore che allontani l'uomo dalla vita semplice propria degli animali.
E' conosciuta con il nome di "controversia adiaforistica" la questione sorta con Martin Lutero quando affermava, contro Melantone, l'indifferenza ai fini della Salvezza delle pratiche religiose quali la messa e i sacramenti.
(dal latino "accidere", cadere addosso)
Nella filosofia aristotelica, determinazione o qualità che può appartenere o non appartene a un ente, o quella parte dell'ente che può mutare senza che muti la sua sostanza o la sua essenza (qualità "accidentale", che non incide comunque sulla definizione sostanziale di una cosa).
(dal latino "vacuare", svuotare)
Condizione che designa l'assenza di qualsiasi elemento o sostanza. Il termine ha valore privativo, indica una mancanza che si contrappone alla presenza, al pieno. Nel corso della storia, il concetto ha suscitato lunghi dibattiti filosofici: nell'atomismo democriteo, lo spazio vuoto è condizione essenziale affinché gli atomi possano muoversi liberamente al fine di formare le sostanze, mentre secondo la concezione aristotelica della "teoria del plenum", tutto lo spazio doveva per forza di cose essere pieno, consistere in una qualche sostanza, ad indicare l'impossibilità concettuale dell'esistenza del vuoto (il quale, appunto, è assenza di sostanza).
Nella filosofia di Arthur Schopenhauer (1788-1860), il "cieco e irresistibile impeto" che spinge l'uomo a vivere e perpetuarsi nonostante il suo ineluttabile destino mortale. Schopenhauer intende la volontà di vivere ("Wille") come una forza irrazionale che sorregge l'intero universo, quella forza primordiale e caotica che spinge le cose ad esistere e manifestarsi nel mondo per poi distruggersi e ritornare nel nulla. L'uomo stesso è il prodotto di questa forza alla quale non può sottrarsi, se non tentando la nolontà, il distacco dalla volontà. Attraverso la nolontà, l'individuo si sottrae alla frustrazione inevitabile indotta dalla volontà irrazionale, che riserva agli uomini un destino di dolore e sofferenza.
(da "virtutem", forza, valore)
Condizione propria di chi persegue il bene e il giusto e vi si adegua in modo stabile e consapevole, virtuoso è colui il quale incarna attraverso le sue azione il bene, secondo un codice etico condiviso dai membri della comunità. Più volte la riflessione platonica e socratica ritorna sul concetto, ogni volta accostandolo all'idea di giustizia e di verità, tanto da giungere ad affermare che la sapienza stessa, intesa come conoscenza della verità, è virtù.
(dal latino verum, vero, in "aletheia", "a-" come privativo, e "lèthe", "nascondimento", ovvero, non nascosto, palese).
Caratteristica di ciò che si mostra incontrovertibilmente per ciò che è. E' dunque la stella polare del discorso filosofico greco, che si prefigge, appunto, di ricercare la verità e allontanare la "doxa", l'opinione fallace sulle cose. Caratteristica propria della verità è il suo mostrarsi stabilmente entro la sua incontestabile determinazione, tale da non lasciare adito a dubbi o ad ulteriori discussioni.
(dal racconto di Tommaso Moro "Utopia", dal greco "ou topos", non luogo)
Termine che designa ogni concezione politica, etica, sociologica ecc. che intenda perseguire obiettivi talmente alti da essere, nella pratica, irrealizzabili. L'utopia si prefigge scopi altissimi secondo criteri di assoluta eccellenza, è rappresentazione di mondi perfettissimi, ma, appunto per questo, impraticabili nella realtà; dunque si riduce ad un'aspirazione, ad un tendere verso cose impossibili.